Ultima giornata di lavoro a Ravello per la tredicesima edizione dei Colloqui internazionali di Ravello Lab, quest’anno intitolata “Investing People, Investing in Culture”. Nel corso della seduta conclusiva presieduta dal presidente del Comitato di Ravello Lab, Alfonso Andria, sono state presentate le conclusioni delle due sessioni tematiche che si sono tenute nella giornata di venerdì dedicate all'”audience engagement, audience development: la partecipazione dei cittadini alla cultura” e all'”impatto economico e sociale dell’impresa culturale”. Presente all’incontro il sottosegretario ai Beni culturali, Lucia Borgonzoni e il consigliere del ministro Daniela Tisi. Un focus particolare nel corso della tre giorni è stato dedicato alla Convenzione di Faro con un appello dei partecipanti alla sua rapida ratifica da parte dell’Italia.

Claudio Bocci, direttore di Federculture e consigliere delegato di Ravello Lab, ha introdotto la restituzione degli incontri tematici. Nel suo intervento ha ricordato la presentazione lunedì scorso del Rapporto ‘Impresa cultura’ alla presenza del ministro dei Beni culturali Alberto Bonisoli. “Appare sempre più urgente – ha detto Claudio Bocci – mettere in campo una nuova generazione di politiche pubbliche su scala europea che pongano la cultura e l’innovazione al centro di un piano di sviluppo a base culturale che produca crescita economica e occupazionale, maggiore coesione sociale e tutela della qualità della vita democratica dei paesi europei”.

LE CONCLUSIONI

PARTECIPAZIONE DEI CITTADINI – L’ambasciatore Francesco Caruso, relazionando sulle conclusioni del primo panel sulla partecipazione dei cittadini alla cultura, ha ricordato in apertura del suo intervento l’esigenza di procedere a una rapida ratifica della Convenzione di Faro ribadendo che “con la cultura c’è sviluppo e sviluppo sostenibile”.

Il dibattito, ha ricordato Caruso, “è stato incentrato sui dati dell’Istat definiti ‘devastanti’ sulla non partecipazione alla cultura”. Sottolineata anche “la necessità dell’utilizzo delle nuove tecnologie nelle istituzioni culturali e, in particolare, nelle scuole”. Emersa anche l’esigenza di inserire nel lavoro sul territorio “l’associazionismo e il terzo settore come enorme fattore di divulgazione di consapevolezza del patrimonio culturale”.

Sempre all’interno del discorso dell’allargamento della base culturale, è stato chiesto nel corso del dibattito di venerdì di avere “un occhio più attento al patrimonio immateriale del nostro paese”. Molto sottolineata anche “la matrice comune dell’identità italiana nel quadro dell’identità europea”. Importante, se le persone non vanno nei luoghi della cultura, portare la cultura nei luoghi dove vanno le persone, a partire dagli shopping center, alberghi, etc.

“Tanti sono i rivoli delle proposte contenute nelle raccomandazioni – ha concluso Caruso – ma c’è una richiesta su tutte: avere una regia nazionale” dell’offerta culturale.

IMPRESA CULTURALE – Pierpaolo Forte, membro del Cda di Pompei, ha relazionato sul panel incentrato sullimpresa culturale. È emerso molto chiaramente, ha detto Forte, la constatazione di un cammino in corso per l’impresa culturale, in Italia e in Europa, su cosa sia e cosa faccia. “L’impresa culturale – ha evidenziato Forte – ha a che fare con una pluralità di soggetti rilevanti per suo lavoro”.

Mentre invece c’è una semplificazione su cui si è raggiunta una certa unaninimità di vedute. L’impresa culturale “è del tutto indifferente al modello di business (profit, non profit, soft profit), c’è di tutto e tutto può essere utile all’aumento di valore dell’impresa culturale”.

È chiaro però che bisogna mettere a punto la relazione dell’impresa culturale con la pubblica amministrazione, in particolare il Codice dei Contratti pubblici. E le relazioni che si hanno con altri soggetti del mondo imprenditoriale. Molto rilevante poi “il discorso sugli aiuti di Stato al settore e sulle recenti novità sul tema”.

Emersi inoltre due piani: “le missioni fondamentali che l’impresa culturale affida a se stessa e la sottolineatura che, in questo senso, essa è volta a diffondere conoscenza e produrre aumenti di valore a contenuto culturale”. Come il lavoro di ricerca, che rientra tra le funzioni produttive essenziali.

Non c’è dubbio, infine, che “alcuni dei luoghi di cultura statali autonomi, non solo quelli che hanno personalità giuridica, siano già di fatto imprese culturali. Non tutti, ma alcuni di essi sì, e soffrono l’impossibilità di comportarsi in questo modo”. E una domanda finale: “Non è che sullimpresa culturale è possibile costruire una politica di sviluppo del Meridione?”.

“La gestione del patrimonio culturale attraverso nuovi modelli organizzativi ‘efficientati’ – ha commentato Bocci -, che a Ravello Lab abbiamo definito impresa culturale, rappresenta la saldatura tra tutela e valorizzazione. Una nuova generazione di politiche pubbliche che affronti correttamente il tema della gestione può creare nuove imprese di filiera e nuovi bacini di occupazione di cui si sente particolarmente necessità nel nostro Mezzogiorno”.

 

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