Nel 2017, la spesa delle Amministrazioni centrali per la missione Tutela e valorizzazione di beni e attività culturali e paesaggistici è stata la più elevata degli ultimi dieci anni: 1,42 miliardi di euro, pari allo 0,24% della spesa pubblica primaria. Nel 2016 diminuisce invece la spesa dei Comuni per la gestione di beni e attività culturali: 18,7 euro per abitante contro i 22,3 euro del 2010. Le amministrazioni comunali del Centro-Nord spendono, in media, quasi il triplo di quelle del Mezzogiorno (rispettivamente 23,8 euro pro capite contro 8,9). Diversi i segnali positivi su tutela e valorizzazione del territorio nel 2017: le aziende agrituristiche, che svolgono un ruolo importante nello sviluppo rurale e nella difesa del territorio, sono sempre più diffuse (+3,3% rispetto all’anno precedente) mentre è in leggera flessione l’indice di abusivismo edilizio (19,4 costruzioni abusive ogni 100 autorizzate, contro le 19,6 del 2016); in calo anche la pressione esercitata sul paesaggio e sull’ambiente dalle attività di cave e miniere (nel 2016 -3% rispetto all’anno precedente).

E’ quanto emerge dalla sesta edizione del Rapporto sul Benessere equo e sostenibile dell’Istat. Il report offre una lettura del benessere nelle sue diverse dimensioni, ponendo particolare attenzione agli aspetti territoriali. Gli indicatori del Bes, in tutto 130, sono articolati come di consueto in 12 domini: Salute; Istruzione e formazione; Lavoro e conciliazione dei tempi di vita; Benessere economico; Relazioni sociali; Politica e istituzioni; Sicurezza; Benessere soggettivo; Paesaggio e patrimonio culturale; Ambiente; Innovazione, ricerca e creatività; Qualità dei servizi.

L’evoluzione nel tempo dell’indicatore Paesaggio e patrimonio culturale – rileva l’Istat – è molto contenuta: dopo un progressivo ma lento declino, dal 2015 si registra una sostanziale stabilità. La tendenza nazionale è la sintesi di andamenti territoriali divergenti, con peggioramenti sia al Centro sia nel Mezzogiorno, che si mantiene su livelli significativamente più bassi rispetto alle altre ripartizioni. Aumenta quindi la distanza tra Nord e Mezzogiorno, che nel periodo considerato sale da 18 a 24 punti. In particolare, nell’ultimo anno il Nord segnala un lieve incremento (da 103,6 a 104,3), il Centro è stabile (intorno a 98,3) e il Mezzogiorno registra una flessione (da 80,8 a 79,8). In tutte le ripartizioni il punteggio del 2017 è inferiore a quello del 2010.

Rispetto all’anno precedente, gli indicatori sono in gran parte stabili, le sole variazioni di rilievo (anche rispetto al 2010) riguardano la pressione delle attività estrattive e la diffusione delle aziende agrituristiche, in miglioramento, e la spesa dei Comuni per la cultura e l’impatto degli incendi boschivi, che peggiorano. Nel confronto col 2010, invece, prevalgono i segnali negativi: peggiorano anche l’indice di abusivismo edilizio e i due indicatori di percezione, cioè l’insoddisfazione per il paesaggio del luogo di vita (in aumento) e la preoccupazione per il deterioramento del paesaggio (in calo).

Il confronto internazionale

L’Italia mantiene il primato nella Lista del Patrimonio mondiale Unesco: nel 2018, con l’iscrizione di Ivrea, città industriale del XX secolo, il numero dei beni italiani sale a 54, pari a circa il 5% del totale. Il secondo paese per beni iscritti è la Cina (53), seguono Spagna (47), Francia e Germania (44). Dei beni italiani, 49 sono culturali (di cui 18 città e 7 paesaggi culturali) e 5 naturali. I beni italiani candidati all’iscrizione sono 40: 27 culturali (di cui 8 paesaggi culturali), 10 naturali e 3 misti.

Non migliora la posizione dell’Italia nella spesa pubblica per la cultura: nel 2016, evidenzia l’Istituto di statistica, la spesa per i servizi culturali (che includono tutela e valorizzazione del patrimonio) è stata pari allo 0,31% del Pil: meno dell’anno precedente e al di sotto della media Ue, anch’essa in calo (0,43%). Tranne il Regno Unito, gli altri maggiori paesi europei investono nella cultura quote più alte del proprio prodotto interno lordo, in particolare la Francia (0,68%). L’Italia è, invece, tra i paesi che spendono di più per la protezione della biodiversità e del paesaggio (che include la tutela naturalistica del paesaggio): lo 0,17% del Pil contro lo 0,07% della media Ue.

Sommando le spese per servizi culturali e protezione di biodiversità e paesaggio, che formano un aggregato riferibile a questo dominio, l’Italia raggiunge lo 0,48% del Pil, un dato solo di poco inferiore alla media Ue (0,51%). Un indicatore di pressione sul paesaggio che consente di confrontare la situazione italiana con quella degli altri paesi è l’intensità di estrazione di risorse minerali non energetiche, basata sui Conti dei flussi di materia. Nel 2017 si stima siano state estratte in Italia 788 tonnellate di minerali per km2, a fronte di una media Ue di 785. Tra il 2008 e il 2014, con la crisi dell’edilizia e la riduzione delle quantità estratte da cave e miniere, il dato dell’Italia si è gradualmente allineato alla media Ue, mantenendosi poi stabile nei tre anni successivi

I dati nazionali

In aumento la spesa statale per la cultura, ma diminuisce l’impegno dei Comuni

Nel 2017, la spesa delle Amministrazioni centrali per la missione Tutela e valorizzazione di beni e attività culturali e paesaggistici è stata la più elevata degli ultimi dieci anni: 1,42 miliardi di euro, pari allo 0,24% della spesa pubblica primaria. Aumentano soprattutto le spese correnti (+27,6% sull’anno precedente), ma prosegue, per il secondo anno consecutivo, anche la ripresa degli investimenti (+23,7%). Nel 2016, i Comuni italiani hanno speso per la gestione di beni e attività culturali 18,7 euro pro capite, contro i 19,2 dell’anno precedente e i 22,3 del 2010. Dal 2010 al 2016 la spesa corrente dei Comuni per la cultura è diminuita del 14%, a fronte di una crescita del 5,3% del totale delle uscite. Diminuisce, di conseguenza, il peso della cultura nel bilancio delle Amministrazioni comunali, che passa dal 3,4% del 2010 al 2,8% del 2016.

Continua a diffondersi l’agriturismo

Limitando l’esercizio dell’agriturismo alle sole aziende agricole, l’Italia ne ha fatto un pilastro dello sviluppo rurale, favorendo così il mantenimento delle piccole aziende, il recupero dell’edilizia rurale, la difesa del suolo e del paesaggio e la promozione delle produzioni tipiche e di qualità. Le aziende agrituristiche sono sempre più diffuse sul territorio (7,7 ogni 100 km2 nel 2017), con un incremento del 3,3% rispetto all’anno precedente e del 39,6% dal 2006, anno di entrata in vigore dell’attuale Disciplina dell’agriturismo. La densità più elevata di aziende agrituristiche è nella provincia di Bolzano (43,1 ogni 100 km2), ma la ripartizione con più aziende per unità di territorio è il Centro (14,2, quasi il doppio della media nazionale).

Cresce il Registro nazionale dei paesaggi rurali storici e delle pratiche agricole tradizionali, che nel 2018 ha accolto 8 nuove iscrizioni, relative a 7 paesaggi e una pratica agricola (la Piantata veneta). Le iscrizioni sono in tutto 14 (12 paesaggi e 2 pratiche agricole), di cui 6 localizzate nel Mezzogiorno, 5 nel Centro e 3 nel Nord. La dotazione di parchi, ville e giardini storici è un indice della “grande bellezza” delle città italiane: soltanto 5 dei 109 capoluoghi di provincia non hanno aree verdi riconosciute come beni culturali o paesaggistici di notevole interesse pubblico. L’estensione di queste aree di verde storico ammonta a oltre 74 milioni di m2, pari a 1,9 ogni 100 di superficie urbanizzata.

Per la prima volta dal 2013 la preoccupazione per il deterioramento del paesaggio rimane sostanzialmente invariata rispetto all’anno precedente (15,1%, era il 17,3% nel 2013). Nell’insieme è un segnale positivo ma ancora debole, considerato che l’andamento non è uniforme tra le regioni.

Aumenta la distanza fra Nord e Mezzogiorno nella spesa pubblica locale per la cultura

Le disuguaglianze che si osservano in questo dominio, essenzialmente sul piano territoriale, mostrano come il principio costituzionale della tutela del paesaggio e del patrimonio culturale non trovi, nella sostanza, uguale attuazione su tutto il territorio nazionale, con conseguenze rilevanti sul benessere collettivo. La spesa dei Comuni per la gestione di beni e attività culturali è distribuita in modo ineguale sul territorio: le amministrazioni del Centro-Nord spendono, in media, quasi il triplo di quelle del Mezzogiorno (23,8 euro pro capite contro 8,9 nel 2016). La spesa è di 49,6 euro pro capite in Trentino-Alto Adige (55,1 nella provincia di Bolzano), e supera i 30 euro in Friuli-Venezia Giulia ed Emilia Romagna, mentre in tutte le regioni del Mezzogiorno, tranne la Sardegna, i Comuni destinano alla cultura meno di 10 euro pro capite, e in Campania meno di 5. Nel periodo 2010-2016, la spesa corrente dei Comuni per la cultura è diminuita in tutte le regioni, ma in misura diversa e in modo tale da accentuare la disuguaglianza fra le ripartizioni: -21,9% nel Mezzogiorno, -16,6% nel Centro e -10,3% nel Nord. Nel 2016, soltanto nelle province del Trentino-Alto Adige e in Veneto, Abruzzo e Sicilia questa voce di spesa è aumentata rispetto all’anno precedente.

Cresce nel Mezzogiorno l’insoddisfazione per il paesaggio del luogo di vita

Nel 2017 si stabilizza la quota delle persone che giudicano il paesaggio del luogo di vita affetto da degrado (21,3%): il dato dell’anno precedente (21,5%) aveva interrotto la tendenza crescente del triennio 2012-2015. Nelle regioni del Mezzogiorno, unica ripartizione con valore in aumento nell’ultimo anno, si registrano le quote più elevate (29,3% della popolazione, 34,7% in Campania). Al Centro si rileva una lieve diminuzione rispetto al 2016 ma il valore resta superiore alla media nazionale (22,1%, e 28,9% nel Lazio), mentre al Nord scende al 15%, segnando un miglioramento di oltre 1 punto percentuale rispetto al 2016. L’insoddisfazione per la qualità del paesaggio è più diffusa nelle grandi aree urbane: 34,8% nei centri metropolitani e 24,8% negli altri comuni con più di 50 mila abitanti, mentre non raggiunge il 15% nei centri fino a 10 mila abitanti. Il disagio, inoltre, è maggiormente riportato dalle persone tra 25 e 34 anni (24,8%) e, nell’ultimo anno, diminuisce nelle classi di età più giovani.

Stabile l’indice di abusivismo edilizio, resta critica la situazione del Mezzogiorno

Anche nel 2017 l’indice di abusivismo edilizio è in leggera flessione (19,4 costruzioni abusive ogni 100 autorizzate, contro le 19,6 dell’anno precedente), consolidando l’inversione di tendenza registrata nel 201613. Sembra dunque superata la fase crescente del fenomeno, legata anche alla forte riduzione della produzione edilizia legale durante il periodo di rallentamento dell’attività produttiva.

Tuttavia, in alcune regioni l’abusivismo edilizio non accenna a regredire e raggiunge proporzioni allarmanti: nel 2017 si stima che siano state realizzate 2 nuove costruzioni abusive ogni 3 autorizzate in Campania, e una ogni due nel Mezzogiorno. Continua a scendere la pressione delle attività estrattive La pressione delle attività di cave e miniere sul paesaggio e sull’ambiente è in costante diminuzione: nel 2016 sono stati estratti 264 m3 di risorse minerali per km2, il 3% in meno dell’anno precedente e il 14,7% in meno del 2013.

Il rallentamento dell’attività estrattiva è stato più marcato nel Nord, dove rispetto al 2013 il flusso delle quantità estratte si è ridotto del 19,6%, circa il doppio del Centro (-9,7%) e del Mezzogiorno (-11,1%). Anche se in calo, la pressione sul paesaggio resta elevata: nel quadriennio 2013-2016 sono stati estratti in Italia oltre 340 milioni di m3 di risorse minerali (più di 1.100 per km2, con un massimo di 2.478 in Lombardia e valori compresi fra 1.600 e 1.900 in Umbria, Lazio e Puglia).

Nel 2017 l’impatto degli incendi boschivi è stato il più grave degli ultimi 10 anni

Nel 2017 gli incendi hanno coinvolto una superficie forestale di 162 mila ettari, pari al 5,4 per mille del territorio nazionale: il valore più alto dopo il 2007, superiore di 2,5 volte a quello dell’anno precedente. L’impatto maggiore si è avuto in Calabria (21,1 per mille del territorio regionale), Campania, Sicilia e Lazio (tra 11 e 15 per mille). Il fenomeno risente, nella sua variabilità, delle condizioni meteo-climatiche ma manifesta anche evidenti difficoltà nella gestione del patrimonio forestale, conclude l’Istat.

 

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