Il ministero dei Beni culturali approfondisca la valenza archeologica dell’area della rocca a San Gemini (Terni), al fine di impedire l’occultamento delle rovine emerse durante i lavori di ristrutturazione edilizia per la costruzione di un fabbricato, e valuti l’opportunità che questi manufatti siano sottoposti a tutela. Lo chiede il senatore Stefano Lucidi (M5S) in un’interrogazione indirizzata al Mibac.

Nel corso di alcuni lavori, ricorda il senatore pentastellato, “sono avvenuti dei rinvenimenti databili fra l’XI e il XVI sec. d.C., che provengono da scavi eseguiti a circa un metro dal piano originale e, quindi, molto in superficie. Pertanto, si può ipotizzare che, proseguendo gli scavi, potrebbero essere rinvenuti ulteriori reperti archeologici. In effetti, nella relazione geologica presentata dalla fondazione museo dell’Opera di Guido Calori, proprietaria della zona interessata, viene indicato che, nella stratigrafia dell’area a 5,5-6 metri dal piano di campagna, ‘si evidenziano blocchi lapidei, anche di grandi dimensioni e laterizi; probabile presenza di manufatti e opere murarie’”.

Nel 2015 la Soprintendenza archeologica, belle arti e paesaggio dell’Umbria ha autorizzato la concessione di scavo archeologico in un’area di circa 35 per 13 metri quadrati, di cui la parte interessata da nuova costruzione è di circa 20 per 9 metri quadrati.

l’area oggetto della cementificazione integra il complesso del palazzo Calori (di fatto, rappresenta il giardino dello stabile), sul quale il Ministero per i beni culturali e ambientali nel 1991 ha decretato la tutela. Nella relazione storico-artistica del palazzo Calori, che è parte integrante del decreto, si cita chiaramente: “La Chiesa di Sant’Egidio, della quale si ignora oggi l’esatta ubicazione anche se si indicano in un manufatto semicircolare incluso nelle mura castellane i resti dell’antica abside, era certamente una delle più antiche; presente nel 1.291 (data riportata nelle sue campane), ma già in rovina nel 1.549”. Questi insediamenti sono attestati anche da una lapide ritrovata in prossimità del suddetto manufatto. Nelle cronache del XIII sec. il quartiere della rocca prendeva appunto nome dalla chiesa di Sant’Egidio e nelle mura castellane esisteva la porta Sant’Egidio.

Dallo statuto della fondazione museo dell’Opera di Guido Calori si deduce che la stessa persegue il fine di tutelare e valorizzare l’opera dell’artista, approfondire la conoscenza dei valori storici e culturali della città di San Gemini e di promuovere la cultura più in generale.

Per queste ragioni, Lucidi chiede inoltre al Mibac “quali siano le ragioni per le quali venga concessa l’autorizzazione per una nuova costruzione in un’area ricca di storia, con segreti ancora sepolti e da svelare”.

 

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