“La Cooperazione è una forma di impresa che garantisce occupazione e lavoro ma è no profit, è quindi l’esempio di come si possa fare impresa per l’interesse pubblico”. Lo ha sottolineato la presidente di CoopCulture, Giovanna Barni, nel corso del suo intervento all’incontro “Il ruolo del Terzo settore per la valorizzazione e tutela dei beni culturali”.

CRITICITA’

La Barni ha evidenziato quelle che sono le criticità. In primis i pregiudizi culturali tra il pubblico e il mondo esterno privato, la società civile. “Tant’è – spiega – che il privato, se è stato coinvolto, è sempre stato coinvolto a valle e mai a monte, mai in una progettazione dei piani di valorizzazione. C’è poi un problema di frammentazione di competenze: per esempio nella gestione di un bene culturale per ogni cosa devi rivolgerti almeno a una decina di istituzioni diverse per poter fare quella messa a valore che è necessaria”.

QUALI POLITICHE?

La Barni sottolinea quindi l’esigenza di avere politiche che mettano al centro lo sviluppo sostenibile a partire dal patrimonio culturale, oltre a politiche di sussidiarietà e di sinergie fra gli attori del territorio, sia pubblici che privati.

MODELLI GIURIDICI

“Non penso ci sia solo un unico modello giuridico, la cooperazione è presente nei grandi siti museali come nel patrimonio diffuso, quello definito minore”, spiega la presidente di CoopCulture. “Non esiste un modello giuridico valido per tutte le tipologie, esistono certamente dei presupposti giuridici che vanno guardati”. Essenziale è comunque la certezza delle regole: “L’unica cosa che impedisce una piena partecipazione anche ai costi e agli oneri, è l’incertezza delle regole, e questo non è possibile”.

 

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