La regolazione del rapporto tra il pubblico e il privato, in particolare nella valorizzazione del patrimonio culturale diffuso sul territorio, deve evitare di precostituire barriere all’ingresso ispirate da un’idea monolitica di questa relazione, soprattutto rispetto a realtà come quelle del terzo settore che necessitano invece di un’attenzione particolare. Alfredo Moliterni, consigliere giuridico del ministro dei Beni culturali Alberto Bonisoli, è intervenuto all’incontro “Il Mibac ascolta – il ruolo del Terzo settore per la valorizzazione e tutela dei beni culturali” inquadrando dal punto di vista giuridico e normativo il tema del rapporto tra lo Stato e i soggetti privati che operano in ambito culturale. Con l’obiettivo di individuare strumenti e tecniche di intervento a livello normativo che potrebbero rivelarsi necessari per rendere più fluido questo rapporto tra pubblico e privato nel settore dei beni e delle attività culturali.

In particolare, dall’incontro potrebbero emergere spunti per mettere a punto modelli di partenariato rispetto alla valorizzazione del patrimonio diffuso del nostro Paese dando contestualmente rilievo al ruolo del terzo settore.

LA CENTRALITA’ DEL TERZO SETTORE

Secondo Moliterni, a dispetto della grande centralità che il terzo settore e il privato rivestono nell’ambito dei beni culturali, soprattutto in termini di competenze, professionalità, capacità gestionali ma anche di capacità di interpretare i bisogni e le esigenze del territorio, “questo tema continua a essere dilaniato da molteplici tensioni, criticità ma anche di equivoci”. Questi ultimi, in parte, “alimentati dall’idea erronea di valorizzazione come sfruttamento economico del bene. Un punto di partenza, potrebbe essere quello di superare radicalmente questa prospettiva”.

LA PRESENZA DEL PRIVATO

La presenza del settore privato, sottolinea il consigliere di Bonisoli, “risponde a una pluralità di principi e valori, anche di rilievo costituzionale, che non possono essere costretti nella dicotomia tra Stato e mercato. Il privato è innanzitutto la cassa di risonanza di professionalità e competenze di altissimo livello che devono essere messe nella condizione di poter concorrere alle azioni di tutela e valorizzazione del nostro patrimonio”.

Ma la presenza del privato, in particolare per quanto riguarda il terzo settore, “è anche espressione di un principio di sussidiarietà orizzontale che consente ai cittadini di concorrere con i poteri pubblici all’esercizio di attività di interesse generale con iniziative caratterizzate dalla spontaneità, dalla provenienza ‘dal basso’, dall’estraneità della logica del profitto e dalla capacità di farsi interpreti di bisogni collettivi”.

Infine, la presenza del privato “è anche espressione di una libertà dallo Stato rispetto alla partecipazione e all’accesso stesso alla cultura”.

Pertanto, chiarisce Moliterni, “lo spettro dell’intervento dei soggetti privati in grado di concorrere risponde a una molteplicità di esigenze e di valori. E questa varietà deve essere tenuta adeguatamente in considerazione dal soggetto regolatore nell’assicurare un giusto concorso e una giusta coesistenza tra le diverse realtà”.

IL PIANO GIURIDICO

Concorso e coesistenza che oggi sul piano giuridico tocca il problema del difficile coordinamento tra le norme del Codice dei Beni culturali, del Codice dei contratti pubblici e le norme sul Terzo settore. “Su questo c’è ancora molto da fare – spiega Moliterni -. Esiste una necessità di differenziare le forme di partecipazione, ma anche quella di differenziare i modelli e le politiche pubbliche rispetto ad alcune tipologie di patrimonio e in particolare rispetto all’esigenza di valorizzare il patrimonio diffuso”.

SPERIMENTARE NUOVE FORME DI PARTECIPAZIONE

Occorre, quindi, “sperimentare forme di partecipazione di soggetti privati che, laddove è necessario valorizzare il patrimonio diffuso, possa essere caratterizzata da scelte rispetto al quale l’elemento economico non è centrale e da modelli caratterizzati da una maggiore flessibilità del rapporto anche per valorizzare l’apporto di soggetti che sono caratterizzati da una grande capacità culturale ma che magari possono essere caratterizzati da una minore capacità economica”.

Pertanto, la regolazione dal lato pubblico “deve evitare di precostituire barriere all’ingresso ispirate da un’idea monolitica del rapporto pubblico-privato rispetto a realtà come quelle del terzo settore che necessitano invece di un’attenzione particolare”.

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