Quanto è importante coniugare ricerca, tutela e valorizzazione nella gestione dei beni culturali? Su questo interrogativo si è incentrata la riflessione di Massimo Osanna, docente di Archeologia dell’Università Federico II di Napoli, in occasione del quarto appuntamento del Ciclo Classi Aperte promosso dalla Fondazione dei Beni e delle attività culturali nell'ambito del Corso Scuola del Patrimonio 2018-2020. Al tavolo, affianco a Osanna, Carla di Francesco, direttore della Fondazione Scuola dei Beni e delle Attività Culturali che organizza l’incontro. 

“Nelle Classi aperte precedenti - ha sottolineato Di Francesco nell’apertura dell’incontro - abbiamo toccato temi internazionali ed europei con Silvia Costa, abbiamo parlato dell’articolo 9 con Michele Ainis e poi delle Convenzioni Unesco con il professor Bandarin. Oggi è il turno di affrontare un tema di alta complessità e lo facciamo a partire dall’esperienza di Massimo Osanna a Pompei, parte del suo lavoro sui beni culturali nell’ambito dell’archeologia italiana e mondiale”.

“L’alta complessità del lavoro - ha evidenziato Di Francesco - comporta responsabilità che derivano dalla risoluzione di una serie di problematiche che vanno dalla conoscenza, alla ricerca, alla gestione, al restauro, alla conservazione e alla pubblica fruizione. Aspetti mai separati ma che si intrecciano tra di loro e si rafforzano tra di loro per la risoluzione dei problemi. L’esperienza di Pompei vede mettere in campo tutte le conoscenze integrate di chi ne ha la responsabilità e la gestione”.

IL GRANDE PROGETTO POMPEI: RISULTATO POSITIVO FRUTTO DI DIALOGO E COMPETENZE

Attraverso un excursus dell’attività portata avanti nella sua esperienza di direttore del Parco archeologico di Pompei (dal 2014 a gennaio 2019), Massimo Osanna ha evidenziato come il suo lavoro sul Grande Progetto Pompei rilevi lo stretto rapporto tra ricerca, tutela e valorizzazione. Analizzando il ruolo della ricerca nel patrimonio come elemento capace di coniugare le diverse istanze legate alle politiche di gestione del patrimonio culturale, Osanna ci tiene a sottolineare che “non c’è tutela senza ricerca ed è inutile la ricerca senza valorizzazione”.

“Il tema è molto complesso: coniugare ricerca, tutela e valorizzazione nella gestione dei beni culturali è infatti un tema cruciale per chi lavora nei beni culturali. La mia esperienza di Pompei è stata un’esperienza straordinaria e faticosa perché coincisa con l’inizio dei lavori per il Grande Progetto Pompei” che ha portato i suoi frutti.

Il risultato si è rivelato infatti positivo, ha sottolineato Osanna, per “la congiunzione di eventi, forze e impegno di più Ministeri e società in house dei Ministeri, come Ales e Invitalia, ma anche per la presenza di un team dei Carabinieri, guidato da Giovanni Nistri che si è affiancato alla Soprintendenza”.

“Far dialogare queste strutture è stata la vera sfida ma anche il successo del Progetto perché c’erano degli obiettivi, ed erano obiettivi comuni, e c’è stato dialogo. Il motto è stato ‘fare presto e fare bene’ e questo si è potuto fare grazie al dialogo costante tra i gruppi che lavoravano al Progetto”. 

“Altro aspetto fondamentale nella riuscita del Progetto è stata l’acquisizione da parte del Ministero della consapevolezza che i problemi di Pompei non potevano risolversi solo con finanziamenti e commissariamenti. Il Ministero si è reso conto che a Pompei mancava il personale qualificato e proprio grazie a questa consapevolezza arrivarono 20 nuovi funzionari (10 archeologi e 10 architetti), funzionari provenienti da territori diversi che hanno portato con sé esperienze differenti creando un team molto affiatato”.

Pompei è quindi un ottimo esempio per spiegare l’importanza di un approccio multidisciplinare nella ricerca archeologica. L’archeologo, per Osanna, non può operare da solo, ma deve costantemente confrontarsi con altri archeologi e con geologi, vulcanologi, paleobotanici, architetti, restauratori, storici dell’arte, ingegneri. “Un lavoro di squadra dove ci devono essere tutte le competenze. È impossibile infatti, ad esempio, voler realizzare un progetto di restauro senza la competenza di un archeologo”. Allo stesso tempo, il problema è anche formare “i futuri funzionari al problem solving, non possiamo parlare di tutela solo in forma teorica”.

“Adesso Pompei potrebbe diventare un modello da applicare ad altri siti. Andrebbe sfrondato di tutte quelle professionalità richieste dalla straordinarietà, come la struttura dei Carabinieri e il gruppo della legalità, composto tra gli altri da Anac e Mibac, per monitorare gli atti di gara. In situazioni meno complesse c’è bisogno piuttosto di potenziare il potenziale”, afferma Osanna e cita come esempio positivo l’arrivo di nuovi sette restauratori a Pompei. “In tutti i luoghi della cultura, comunque, ci devono essere team interdisciplinari e competenze tecniche”.

“LA TUTELA NON PUÒ NON CONIUGARSI ALLA VALORIZZAZIONE”

“Noi spesso ragioniamo per compartimenti stagni: la tutela, la valorizzazione, la ricerca”, ha detto Osanna. “Ma questi sono campi tutti strettamenti interrelati e non possono che essere trattati in maniera interrelata. Se i luoghi sono chiusi e non fruibili, non sono luoghi tutelati. Uno degli errori che spesso i funzionari hanno fatto è stata la gestione chiusa del patrimonio come se fosse una proprietà privata. Chi lavora nella pubblica amministrzione ha il dovere etico di contrastare questo andamento”.

Per gestire un sito così complesso come Pompei, ha più volte ribadito Osanna nel suo intervento, è necessario lavorare per la ricerca di un costante e delicato equilibrio tra gli aspetti di tutela, conservazione, valorizzazione e pubblica fruizione.

“A Pompei si è realizzato un lavoro complesso partito dal monitoraggio, già iniziato con la Soprintendente precedente, da cui si è partiti per definire un progetto e per ragionare sulla statica degli edifici”.

Ricerca e sperimentazione, ha sottolineato Osanna, hanno permesso di capire come si era arrivati a quella situazione di degrado. “Il lavoro è stato possibile anche grazie a un piano della conoscenza con un archivio informatico dove vanno a finire tutti gli interventi fatti nel corso del tempo. Una delle problematiche degli anni passati è stata infatti la mancanza di archivi sistematici” che permettano di conoscere cosa è stato fatto.

Queste considerazioni oggi hanno portato alla realizzazione di un programma, grazie al contributo con Ales, di “manutenzione sperimentale con la definizione di un Protocollo di monitoraggi e con collaborazioni con le Università. Si è anche realizzato un cronoprogramma di interventi fatto di tre fasi, quella ispettiva, di intervento e di controllo, tutte basate su schede specifiche e su un database completo”.

ACCESSIBILITÀ E VALORIZZAZIONE: IL PROGETTO “POMPEI PER TUTTI”

Accessibilità e approccio al territorio sono stati poi due elementi cardine nel processo di tutela e valorizzazione del sito. Osanna ha citato il Progetto “Pompei per tutti”, un progetto di accoglienza composto da itinerari che si snodano per 3 chilometri e che permettono di superare le barriere architettoniche e visitare i maggiori monumenti. “Questo ha reso più semplice e più sicuro visitare Pompei” riducendo del 40% il numero di infortuni.

“I marciapiedi sono stati trattati con materiali particolari, c’è stato un confronto con un team multidisciplinare che ha scelto i colori, non dirompenti rispetto a un immaginario delle rovine che vanno preservati e con materiali compatibili già usati nelle architetture dell’epoca”.

I RESTAURI 

Il lavoro su Pompei ha poi coinvolto, com’è ovvio, i restauri. Il restauro ha investito “30 case su cui si è lavorato partendo dalle criticità evidenziate dagli ispettori Unesco. In alcuni casi sono stati avviati piccoli progetti ma in altri casi si è intervenuti con progetti più complessi che hanno permesso la riapertura al pubblico” di alcuni siti fino ad allora chiusi. 

“Tutte queste attività hanno realizzato restauri che sono stati concepiti con la ricerca, gli scavi e con discussioni sulle progettazioni. Anche in quest’ultimo caso molto è stato lasciato alla sperimentazione utilizzando materiali che non erano mai stati utilizzati in un’area archeologica”.

“Tutela, ricerca e valorizzazione - ha concluso al riguardo Osanna - hanno permesso di riconsiderare i contesti e i materiali” cercando di riportandoli così com’erano.

RICERCA COME NECESSITÀ

L’evolversi del Grande Progetto Pompei, in sintesi, ha evidenziato come sia “inevitabile ripartire dalla conoscenza e dalla ricerca, cambiando prospettiva sul metodo e sull’approccio nel rileggere l’intera area archeologica, rinnovando e ampliando la documentazione fotografica, ridisegnando la nuova mappa dei siti e sviluppando nuovi filoni di ricerca approfondita, avvalendosi delle metodologie contemporanee”. La ricerca interdisciplinare permette infatti di utilizzare droni, georadar e laser-scanner negli studi che precedono gli scavi, oppure di avvalersi di esperti per studiare il DNA dei corpi ritrovati, permettendo di comprendere molti più elementi sulla società all’epoca in cui tutto si fermò. 

“Si è spesso detto che a Pompei non si doveva più scavare perché molto si era già fatto. Gli anni ‘50 sono stati infatti anni di scavi encomiabili ma forsennati per una serie di motivi, tra cui i grandi finanziamenti della Cassa del Mezzogiorno. Tutto questo è stato fatto senza un team così avveduto come quello che si ha ora. Sono stati scavi senza documentazione e non metodologicamente corretti” così come i più ridotti scavi degli anni ‘80.

“Con questa esperienza è comprensibile lo stop che si è voluto dare ma ora si è iniziato a scavare non per un mero desiderio di conoscenza e ricerca ma perché si doveva scavare, molte aree non scavate spesso erano rimasti cunei che causavano crolli. Il problema rimane su dove scavare, come e perché scavare? Cambia la prospettiva e allora la ricerca deve essere sempre coniugata con la tutela”.

“Si deve tornare a scavare - ha concluso Massimo Osanna - perché oggi abbiamo tecniche di scavi nuove e abbiamo anche la possibilità di documentare il tutto con le nuove tecnologie lasciando alle future generazioni che se ne occuperanno una fonte a cui far riferimento per i lavori futuri”. 

 

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