Le informazioni di cui si dispone nella rilevazione dell’occupazione nell’ambito dello Spettacolo derivano da indagini dirette e registri statistici che riguardano l’occupazione in generale, con diversi livelli di dettaglio e tipologie di fenomeni osservati, quindi non completamente sovrapponibili. Esse documentano, nel 2018, una quota di occupati la cui stima oscilla fra lo 0,6% e l’1,4% del totale occupati, leggermente in aumento rispetto al 2012. Queste persone sono caratterizzate da un lavoro fortemente instabile e a bassa intensità, ancora segnato da un notevole gender gap, non solo retributivo. Hanno livelli di istruzione molto superiori alla media ed esprimono, nonostante le condizioni di instabilità, grande interesse per quello che fanno e una elevata soddisfazione per il proprio lavoro. Lo rileva la Dott.ssa Vittoria Buratta, Direttore centrale per le statistiche sociali e il censimento della popolazione dell’Istat, in audizione davanti alle commissioni VII (Cultura) XI (Lavoro) di Montecitorio per l’Indagine conoscitiva in materia di lavoro e previdenza nel settore dello spettacolo.

Tuttavia, nota l’Istat, una quota di occupati parzialmente o con discontinuità nello Spettacolo tende a sfuggire alle rilevazioni fondate sulle dichiarazioni degli stessi interessati. Anche il lavoro non retribuito, in forma di prestazioni volontarie, tirocini formativi, stage, ecc., pur essendo di recente oggetto di studi in ambito internazionale, resta al di fuori dell’osservazione di cui attualmente possiamo fare uso.

Non esiste inoltre un’associazione automatica fra lavoratori dello Spettacolo e imprese dello Spettacolo. Per questa intrinseca complessità, alla quale si aggiungono gli effetti delle trasformazioni tecnologiche, della rivoluzione digitale e dell’emergere di nuove forme di creatività artistica, la misurazione statistica dell’occupazione culturale, e, nel caso dell’occupazione nello Spettacolo, deve necessariamente adottare due diverse chiavi di lettura: quella per professioni e quella per attività. 

Questi due approcci attingono principalmente a due fonti di dati: da una parte, quelli derivanti dall’indagine campionaria sulle Forze di lavoro, che raccoglie informazioni anche molto dettagliate, attraverso interviste ai lavoratori; dall’altra, l’archivio ASIA, un registro multifonte sulle imprese attive nel nostro paese, delle quali sono rilevate caratteristiche come unità locali, numero di addetti, fatturato, ecc. L’unità di analisi di Forze di lavoro è il singolo lavoratore, mentre quella di ASIA è l’impresa.

Il primo approccio guarda alle professioni che caratterizzano lo Spettacolo: musicisti, cantanti, attori, autori di testi, registi, compositori, ecc., professioni che possono essere esercitate all’interno del settore dello Spettacolo o al di fuori di esso. Nella Classificazione delle Professioni 2011, 40 sono riconducibili direttamente, anche se non in via esclusiva, allo Spettacolo. Il secondo approccio ha per oggetto l’occupazione che si svolge nell’ambito dello Spettacolo. Nella classificazione ATECO, sono tre le divisioni principali che ci interessano, anche se non interamente: la 59 (Attività di produzione cinematografica, di video e di programmi televisivi, di registrazioni musicali e sonore), la 60 (attività di programmazione e trasmissione) e la 90 (Attività creative, artistiche e di intrattenimento). 

Tuttavia, una parte di occupazione nello Spettacolo, ricadente nel perimetro della Pubblica Amministrazione, è esclusa dalle fonti utilizzate. Questo significa, ad esempio, che non sono comprese né la RAI (13 mila dipendenti, non tutti peraltro occupati nello Spettacolo) né alcune fondazioni lirico-sinfoniche o enti teatrali.

C’è poi una terza fonte, che consente all’Istat di approssimare l’universo dei lavoratori dello Spettacolo, ed è il Registro annuale su retribuzioni, ore e costo del lavoro per individui e imprese (RACLI). Il registro RACLI integra informazioni provenienti da fonti amministrative di natura fiscale e dati di indagine. L’unità di analisi qui utilizzata è la posizione lavorativa dipendente o rapporto di lavoro. L’Istat, nel corso dell’audizione, parte quindi da quest’ultima fonte integrata per cominciare a descrivere l’occupazione nello Spettacolo.

I LAVORATORI DIPENDENTI E IL FENOMENO DEL MULTIPLE JOB HOLDING

I lavoratori che nel 2016 hanno avuto almeno una posizione attiva nell’ambito dello Spettacolo è di 192.389 (1,4% dei lavoratori dipendenti totali del settore), per un numero di 413.653 rapporti (2,1% del totale). Il 38,8% di questi lavoratori ha avuto più rapporti nel corso dell’anno (contestuali o non); a questi si attribuiscono il 71,6% dei rapporti totali della popolazione oggetto di studio. Il 16,9% ha avuto rapporti anche al di fuori dell’ambito dello Spettacolo. La durata mediana dei rapporti di lavoro è stata di 194 giorni nell’anno per 399 ore retribuite, valori molto inferiori a quelli relativi a tutti i lavoratori dipendenti del settore privato (365 giorni e 1.252 ore). 

In termini di retribuzioni, in un contesto con una retribuzione oraria mediana di 11,24 euro (in linea con la retribuzione oraria lorda totale dell’anno di 11,21 euro) e con una retribuzione mediana annua di 4.328 euro (molto inferiore rispetto al valore totale, pari a 13.563 euro), i lavoratori che intrattengono più rapporti sono retribuiti in modo migliore rispetto ai colleghi con unico rapporto, sia in termini orari (11,61 euro contro 10,97 euro), sia in termini annui (5.396 euro contro 3.261 euro). 

Le città che presentano il più elevato numero di lavoratori occupati nell’ambito dello Spettacolo sono Roma (36,6% del totale dei lavoratori dello Spettacolo, per il 44,5% del totale dei rapporti), Milano (13,1% e 13,6%) e Napoli (2,6% e 2,2%). Queste città sono anche quelle che presentano la concentrazione più alta di imprese che occupano lavoratori dello Spettacolo. In termini relativi, la concentrazione più alta di lavoratori dello Spettacolo si registra a Campione d’Italia (64% degli occupati dipendenti nel luogo), SaintVincent (37,5%), Boves (25,7%) e Cologno Monzese (22,4%).

I RAPPORTI DI LAVORO NEL SETTORE DELLO SPETTACOLO

Nel 2016,si osservano 365.912 rapporti, caratterizzati da una retribuzione oraria mediana pari a 12,35 euro. Se ordiniamo le posizioni lavorative per numero di ore retribuite, la metà raggiunge un valore pari o inferiore alle 46,7 ore annuali. Analogamente, se si distribuiscono le posizioni lavorative per la durata del rapporto di lavoro nell’anno misurata in giorni, la metà dei rapporti sono stati lunghi al più 17 giorni.

I rapporti di lavoro dello Spettacolo riguardano per il 60,7% uomini, con una retribuzione oraria di 12,88 euro, più alta delle loro colleghe di 1,18 euro. Al crescere del livello di istruzione, cresce la retribuzione oraria, che passa dagli 11,70 euro per il livello di istruzione primaria ai 13,07 euro per il livello di istruzione terziaria; anche la mediana delle ore retribuite segue un andamento analogo e raddoppia, passando dalle 26 ore annuali per i rapporti di lavoro con lavoratori con bassa istruzione alle 64 ore per i lavoratori con livello di istruzione più elevata. 

La distribuzione per età mostra una maggiore concentrazione dei rapporti, pari al 49,5%, per la classe 30-49 anni; questa classe di età è l’unica con mediana delle ore retribuite annuali e durata del rapporto, rispettivamente pari a 66,7 ore e 21 giorni nell’anno, superiori ai valori calcolati sul totale dei rapporti dello Spettacolo. La retribuzione oraria mediana cresce al crescere dell’età, passando dai 10,60 euro per i più giovani ai 13,90 euro per i più anziani. L’88,5% dei rapporti di lavoro è di lavoratori italiani. I lavoratori stranieri sono per il 5,8% di origine extra-europea e per il 5,6% di origine europea.

GLI OCCUPATI NELLE PROFESSIONI CULTURALI E NEL SETTORE CULTURALE

Le quaranta professioni che contraddistinguono gli occupati nelle professioni dello Spettacolo sono raggruppate in due gruppi: professioni considerate dello Spettacolo in qualsiasi settore vengano svolti (esempio: attori, dialoghisti, sceneggiatori, ballerini, tecnici del suono, acrobati) e professioni considerate dello Spettacolo soltanto se svolte in un settore dello Spettacolo (esempio: imprenditori, direttori generali, analisti e progettisti di software, addetti alla vendita di biglietti, acconciatori, falegnami). 

Se nel biennio 2017-2018 gli occupati nelle professioni dello Spettacolo sono 96 mila e gli occupati nel settore dello Spettacolo 119 mila, l’incrocio tra le due classificazioni permette di stimare l’occupazione dello Spettacolo nel suo complesso in 142 mila unità, evitando di contare due volte gli individui che svolgono una professione dello Spettacolo in un settore dello Spettacolo. Più in particolare, la combinazione delle due informazioni permette di costruire tre profili di occupazioni del comparto dello Spettacolo: 

  1. le professioni dello Spettacolo in un settore dello Spettacolo (73 mila nel biennio 2017-2018); 
  2. le professione dello Spettacolo in un settore diverso dallo Spettacolo (23 mila nel biennio 2017-2018); 
  3. le professioni non dello Spettacolo in un settore dello Spettacolo (46 mila nel biennio 2017-2018).

Complessivamente, il 51,4% dell’occupazione nello Spettacolo comprende lavoratori che possono essere considerati professionisti dello Spettacolo nel senso più restrittivo, ossia presentano entrambi i criteri: professione dello Spettacolo svolta in un settore dello Spettacolo; il 16,3% dell’insieme è invece composto da lavoratori che svolgono una professione dello Spettacolo ma operano in settore che non appartiene allo Spettacolo. Infine, il 32,3% dell’occupazione nello Spettacolo è composta da lavoratori in settori dello Spettacolo ma che svolgono una professione di carattere amministrativo, dirigenziale o segretariale.

 

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