In un mondo in cui la formazione è fondamentalmente frontale e verticale, c’è un’eccezione nel settore dei beni culturali che fa del confronto interdisciplinare e della condivisione di esperienze la sua cifra distintiva. C’è sempre più bisogno infatti di competenze complesse e articolate che sappiano far comunicare tra loro i saperi specialistici. Ed è qui che si posiziona la Fondazione Scuola dei Beni e delle Attività culturali, un laboratorio in cui si mettono a confronto esperienze diverse e si creano piattaforme di confronto tra esse. E quello che finora è stato messo in atto in ambito nazionale sta per trovare ora una sua proiezione internazionale.

Da quest’anno parte infatti l’International School of Cultural Heritage, un network di condivisione e di scambio rivolto a professionisti della gestione del patrimonio culturale, in cui condividere modelli e prassi sui temi della conservazione e dello sviluppo economico e sociale. L’edizione 2019 è dedicata ai siti archeologici del Mediterraneo con un focus specifico su tre aree: conservazione del patrimonio, uso delle tecnologie, sviluppo economico-sociale.

I partecipanti invitati in Italia in autunno (la permanenza nel nostro Paese sarà a carico della Fondazione) arriveranno da tutta l’area mediterranea: Algeria, Egitto, Iraq, Israele, Giordania, Libano, Libia, Marocco, Palestina, Tunisia e Turchia. A ognuno degli iscritti è stato chiesto di ‘portare con sé’ una innovation challenge, un problema con cui si è confrontato nella propria esperienza lavorativa per condividerlo e discuterlo con gli altri partecipanti.

LA PRESENTAZIONE A FABRIANO

La presentazione ufficiale e dettagliata dell’International School si terrà il 13 giugno a Fabriano all’interno della XIII UNESCO Creative Cities Network Annual Conference ospitata nella cittadina marchigiana dal 10 a 15 di questo mese. Un'occasione importante per illustrare ad un pubblico internazionale, composto dai delegati delle Città Creative UNESCO e dagli addetti di settore, oltre agli organi di stampa accreditati, le attività a respiro internazionale promosse dalla Fondazione. Alle 11 di giovedì 13 la sessione Leveraging Culture for Education, ospiterà il coordinatore generale della Fondazione Marcello Minuti e la responsabile dell’area formazione Martina De Luca, che interverrà su “Education Challenges from a European perspective” presentando anche la Scuola Internazionale.

COME NASCE L’INTERNATIONAL SCHOOL

La Fondazione ha l’obbligo statutario di mettere in campo anche attività con l’estero oltre all’attività propria di formazione, di ricerca e disseminazione. “Per la prima esperienza rivolta all’estero abbiamo deciso che fosse più utile puntare su professionisti che già lavorano nel campo dei beni culturali”, spiega ad AgCult l’ambasciatore Andrea Meloni, delegato alle Relazioni internazionali per la Fondazione. “Abbiamo deciso quindi di rivolgerci a un gruppo di candidati che interagisce con realtà che presentano elementi di somiglianza nel bacino del Mediterraneo che è una delle aree meglio conosciute da parte dell’Italia”.

Da qui anche la necessità di arrivarci attraverso contatti con i governi. “Caratteristica del Programma è che non nasce come un avviso pubblico rivolto ad individui, ma si tratta invece di un’offerta a siti archeologici di avviare un programma insieme a noi. Tant’è vero che non parliamo di corso, ma di programma proprio perché non si tratta di insegnare ma di affrontare problemi e questioni da condividere”.

Nella costruzione della rete un ruolo fondamentale è stato svolto oltre che dal MIBAC che ha offerto un prezioso sostegno, anche  dal Ministero degli Esteri e della Cooperazione anche perché costruire questo progetto ha richiesto un laborioso lavoro diplomatico. “Il Maeci si è reso disponibile a chiedere alla Rappresentanza italiana presso l’Unesco e a tutte le ambasciate dei paesi del Mediterraneo di appoggiare il programma. E la Rappresentanza Unesco è anche il canale di arrivo delle adesioni”.

A CHI SI RIVOLGE

L’international School si rivolge “al mondo dei professionisti. Un profilo tecnico quindi che permette a tutti i Paesi dell’area mediterranea di partecipare e di scambiare idee tra tipologie di Paesi molto diverse”, aggiunge Meloni. Con un duplice obiettivo: “contribuire alla crescita dei singoli professionisti, ma anche far crescere le istituzioni e i professionisti italiani nel costruire rapporti continuativi che possano durare anche dopo la conclusione del Programma”.

Tre riunioni all’Unesco organizzate dalla Rappresentanza italiana con i Paesi invitati hanno permesso di definire il profilo ‘tipo’ del partecipante al Programma internazionale della Fondazione. “Noi non abbiamo voluto dare ‘una gabbia’ troppo stretta - prosegue Meloni -. Si tratta di una persona che già lavora in siti archeologici o nelle strutture che sovrintendono ai parchi archeologici, operativo da qualche anno (non neoassunti possibilmente) e non è alla fine del loro percorso lavorativo”.

Si tratta quindi “di uno scambio di esperienze particolarmente utile perché l’Italia è pur sempre un punto di riferimento importante nel mondo. Per i candidati, per chi lavora in ambiti simili ma in altri Stati, c’è sicuramente uno scambio molto positivo”, sottolinea ad AgCult Carla Di Francesco, direttore della Fondazione.

IL CORSO

Il corso si articolerà in tre fasi partendo dai primi di novembre 2019 fino alla fine di marzo 2020 (con una pausa per le festività natalizie) in cui i momenti in aula si potranno contare sulla punta delle dita. La prima sessione, a Roma, prevede inizialmente alcuni giorni in cui ogni partecipante avrà modo di presentarsi e di illustrare il suo lavoro e le sue problematiche. Poi, fino al 18 dicembre, il modulo si articolerà in tre tipologie di workshop: seminari, visite alle istituzioni e visite di studio ai siti archeologici romani accompagnati da esperti.

Nella seconda fase, a partire dal 13 gennaio 2020, tre mesi ‘sul campo’ in giro per l’Italia nei principali siti archeologici studiando metodi di gestione e sviluppando propri progetti in risposta alle questioni portate come bisognose di soluzioni progettuali.

Nella terza fase, di nuovo a Roma, dibattiti, lavoro di gruppo ed esercitazioni per completare i progetti sviluppati sul campo. A chiudere il Programma un seminario ad alto livello con i responsabili delle principali istituzioni coinvolte.

LE ISTITUZIONI ITALIANE COINVOLTE

Il panorama delle istituzioni culturali coinvolte nel progetto è di primissimo piano. Certamente il meglio a livello nazionale, e probabilmente anche a quello internazionale, nell’ambito della gestione e della conservazione del patrimonio. Le istituzioni italiane coinvolte hanno risposto “in maniera entusiastica e molto generosamente - ricorda Carla Di Francesco -. Hanno subito condiviso il progetto e sono state non solo collaborative ma contente di essere state riconosciute come il meglio di quello che l’Italia può offrire” nel campo dell’archeologia.

Nella fase iniziale i partecipanti avranno modo di confrontarsi con enti e istituzioni in prima linea nella protezione e valorizzazione del patrimonio archeologico: primo fra tutti l'International Centre for the Study of the Preservation and Restoration of Cultural Property (ICCROM), partner del progetto, ma anche il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale (TPC) e molti degli Istituti del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, nonché Enti di ricerca che sperimentano tecnologie di frontiera per la conservazione del patrimonio.

Nella seconda fase, di ricerca applicata sul campo, gli ospiti dell’International School saranno accolti nei siti e parchi archeologici più importanti del Paese come i Parchi Archeologici del Colosseo, di Pompei, di Paestum e Agrigento o presso prestigiose istituzioni come il Museo archeologico di Napoli, l'Egizio di Torino e molti altri.

LA FONDAZIONE SCUOLA DEI BENI E ATTIVITÀ CULTURALI

Il lavoro dietro un progetto del genere - è facile immaginarlo - è enorme. In Italia e all’estero manca un’esperienza di questo tipo. Soprattutto con queste caratteristiche e con questo approccio basato sul confronto, sulla condivisione e sull’interdisciplinarietà. “Noi nasciamo proprio per far parlare tra loro le discipline, per essere trasversali - ribadisce Marcello Minuti, coordinatore generale della Fondazione -. In questo mondo la formazione è molto verticale. Tuttavia c’è sempre più bisogno di competenze complesse, articolate. La Scuola internazionale parla di gestione, un tema molto ampio: dalla conservazione, alle tecnologie, allo sviluppo economico-sociale. Vogliamo realizzare un laboratorio in cui mettiamo a confronto esperienze volutamente diverse e creiamo una piattaforma di confronto tra loro. E questo è il nostro posizionamento anche a livello internazionale”.

Un posizionamento già chiaro e definito in Italia. “La Scuola nasce in un momento particolarmente importante - ricorda ad AgCult Marco Cammelli, presidente della Fondazione Scuola dei Beni e delle Attività culturali -. Da un lato il ministero ha capito che i vari saperi specialistici devono essere intercomunicanti, il che è facile da dirsi ma molto difficile da realizzarsi anche per via delle forti resistenze culturali e istituzionali”. Ad esempio tutto il sistema di finanziamento e delle responsabilità è totalmente costruito su relazioni di filiera verticali di settore. “Quando si aprono meccanismi trasversali si crea un disorientamento. Chi risponde di che cosa?”.

Un tema quindi enorme e attuale su cui qualcuno deve essere pronto con la formazione a preparare il personale. “Dall’altro lato - prosegue il presidente - si aggiunge l’enorme scarto tra un vecchio ceto di funzionari e di quadri che sia avvia alla pensione e i giovani che non ci sono. Si crea un buco nel passaggio di consegne e di competenze”. E’ qui che la Fondazione, seppur ancora giovane (istituita nel 2016), gioca la sua partita per conto del Ministero e per la formazione di chi sarà chiamato a operare sul patrimonio culturale italiano nei prossimi anni. 

 

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