Il mondo delle imprese culturali individua tre leve per la crescita del settore e lo sviluppo dei territori: nuove competenze, sostenibilità e innovazione sociale. Tre livelli su cui agire con urgenza messi in evidenza da Giovanna Barni, copresidente di Alleanza delle Cooperative italiane Beni culturali e turismo, nel corso della Seconda Conferenza nazionale dell’Impresa culturale che si è tenuta a Palazzo Merulana a Roma il 12 giugno.

LE TRE LEVE PER LA CRESCITA

In particolare, per le nuove competenze serve innanzitutto una sinergia tra il mondo della formazione e le imprese culturali, l’innovazione sociale e l’acquisizione di competenze gestionali per il nuovo ruolo del museo come hub territoriale e museo di comunità. Sul fronte della sostenibilità, è necessaria una nuova economia della cultura che valorizzi il capitale umano oltre a un’attenzione ai benefici diretti e indiretti del settore e non ai minori costi. Stop quindi alle gare al massimo, sì invece alle cogestioni sostenibili. Infine, tutela del lavoro culturale e contratto unico di settore. Non meno rilevante è però l’innovazione sociale che parta da una forma di sussidiarietà tra partecipazione civica e impresa culturale passando anche per la messa a punto di nuovi modelli per superare la dicotomia pubblico-privato, impresa e comunità, cooperazione e volontariato.

GIOVANNA BARNI

Per la copresidente di Alleanza delle Cooperative Beni culturali, “il lavoro nel settore culturale evidenzia in tutta Europa un elevato livello di istruzione degli occupati (il 60% dei lavoratori, contro il 34% degli occupati in generale ha un’istruzione terziaria). Si tratta quindi evidentemente di lavoro altamente qualificato, di un patrimonio umano e di competenze che va tutelato con norme ad hoc, in quanto impatta direttamente sul benessere delle comunità e sulle sfide di rigenerazione di territori; diversamente rischiamo di essere privati di tutti i talenti e competenze che migrano altrove. Un problema che interessa soprattutto il Mezzogiorno d’Italia”.

Nella stessa direzione, aggiunge Barni ad AgCult, “occorre lavorare ad un nuovo patto per le politiche di sviluppo, che veda imprese culturali e mondo della formazione collaborare nell’ideazione e formazione di nuove competenze, in specie di natura manageriale, che risultino in linea con il nuovo ruolo dei luoghi di cultura, oggi più che mai hub per i territori e le comunità”.

I DATI PRESENTATI

LE IMPRESE CULTURALI IN ITALIA

La mappa delle province italiane in relazione ai servizi culturali offerti mette in evidenza una stretta correlazione tra il livello di servizi culturali e la maggiore presenza di imprese culturali operanti su quel determinato territorio. Dove il livello è più alto lì sono presenti più imprese culturali.

LE IMPRESE CULTURALI IN EUROPA

In Europa le imprese culturali – che nell’accezione europea comprendono molte più imprese di quelle considerate tali in Italia - sono il 5% del totale delle imprese attive. In Italia rappresentano invece il 4,8% del totale. Prendendo in esame il numero delle imprese culturali, l’Italia si classifica al primo posto dei paesi membri dell’Ue con il 15%, segue la Francia, poi Germania Spagna e Regno Unito.

Il discorso però cambia se si prende in esame il valore aggiunto prodotto da queste aziende. In tutta l’Unione europea, le imprese culturali hanno generato complessivamente 193 miliardi di valore aggiunto, pari al 2,7% del totale. L’Italia, prima per numero di imprese, si colloca invece sola al quarto posto nella classifica del valore aggiunto, preceduta da Regno Unito, Germania e Francia. Tuttavia, detiene ancora il primato se si guarda il valore aggiunto per addetto.

Guardando poi al dettaglio delle imprese culturali operanti nell’Unione solo nel settore dei Beni culturali, si evince che l’Italia raggiunge solo il sesto posto tanto per numero di imprese quanto per occupati dietro a Germania, Regno Unito, Francia, Spagna e Olanda.

L’OCCUPAZIONE CULTURALE IN UE

L’occupazione culturale nell’Unione europea rappresenta il 3,8% dell’occupazione totale. Un dato abbastanza in linea con quello italiano dove l’occupazione culturale si assesta al 3,6% del totale. Tuttavia, la grande differenza la fa il tasso di crescita annuo: in Europa si assesta all’1,3%, mentre in Italia è allo 0,3%.

Ma il dato più significativo è il livello di istruzione degli occupati europei nel settore. Infatti nel caso dei lavoratori culturali, il 60% è in possesso di un’istruzione universitaria, contro il 34% del dato relativo agli occupati generali. Anche in questo caso, per quanto riguarda l’Italia, la mappa delle province italiane relativa all’occupazione culturale e pressoché sovrapponibile a quella della diffusione delle imprese culturali sul territorio. Un rapporto altrettanto evidente passando al focus sugli occupati nelle cooperative culturali.

L’IMPATTO DELLA CULTURA NELLE CITTA’ UE

L’Unione europea ha realizzato anche una classifica dell’impatto della cultura nelle città europee. Lo studio, che ha preso in esame 168 città in 30 Paesi, mette in evidenza una relazione positiva tra il PIL e i punteggi ottenuti nell’indice C3 (Cultural and Creative Cities Monitor) che monitora la vivacità culturale, l’economia creativa e l’ambiente abilitante. In particolare, ad un punteggio C3 Index superiore del 10% corrisponde una differenza positiva nel tasso di crescita economica di quasi 0,07 punti percentuali. L'impatto stimato è che, in media, nel 2013, il PIL pro capite delle Città Europee Culturali e Creative è stato superiore di 205 euro per ogni percentuale in più nell'Indice C3, o quasi 750 euro in più per ogni punto aggiuntivo nell'Indice C3.

Tra i top 5 di questa classifica entrano solo due città italiane: Milano (4a tra le Metropoli) e Firenze (5a tra i centri urbani di taglia grande) che ottengono questo risultato grazie alla ‘vivacità culturale’. Se si prende invece in esame ‘l’economia creativa’ i due centri italiani scendono rispettivamente all’11esimo e al 21esimo posto.

 

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