Ventinove nuovi siti iscritti nella lista del patrimonio mondiale dell’umanità, uno in Africa, due negli Stati arabi, dieci nella regione Asia-Pacifico, 15 in Europa e Nord America e uno in America Latina; 1.121 siti in totale distribuiti in 167 paesi; Italia prima in questa particolare classifica con 55 siti iscritti (l’ultimo arrivato è “Le colline del prosecco di Conegliano e Valdobbiadene”), raggiunta però dalla Cina. Sono questi alcuni dei numeri che hanno caratterizzato l’ultima sessione del Comitato Unesco del patrimonio mondiale che si è tenuta negli scorsi giorni a Baku, in Azerbaijan.

Numeri che però non raccontano le criticità emerse nella giornata conclusiva della sessione, soprattutto per quanto riguarda le risorse e la gestione dei siti. Nelle sue conclusioni, il Comitato ha infatti puntato il dito tra l’altro contro l’eccessivo numero di candidature presentate ogni anno – e il rischio di “inflazionare” il riconoscimento – e contro le poche risorse finanziarie e umane messe in campo dai singoli Stati.

“Questa continua crescita della lista inizia a preoccupare un po’”, ha spiegato ad AgCult Giorgio Andrian, ex funzionario Unesco e project manager di Padova Urbs Picta, la candidatura italiana che verrà esaminata nella sessione del 2020 in Cina. “Se gli Stati continuano a designare siti senza mettere i soldi nel Fondo del patrimonio mondiale e nel segretariato, la questione inizia a essere insostenibile. C’è infatti una pericolosa divergenza tra il numero delle candidature e le risorse messe a disposizione dagli stessi paesi che propongono i siti. Questo gap sta crescendo di anno in anno, quindi la gestione sta diventando un po’ critica”.

CONCENTRARSI SULLA GESTIONE

Per Andrian c’è quindi una “sproporzione notevole tra le risorse umane e finanziarie stanziate nelle candidature e quanto viene fatto dopo: ottenuto il risultato, infatti, poi non succede più nulla”. Deve esserci quindi “un equilibrio di sistema, servono ora più risorse per la gestione e non per le candidature”. L’Italia, spiega, “è un esempio per il numero elevato di siti iscritti nel patrimonio mondiale, ma dal punto di vista della gestione siamo molto deboli. Il mondo dal nostro paese si aspetta sempre molto, il fatto di essere primi nella lista ha anche questo significato”, sottolinea il project manager.

Gestire un sito Unesco, spiega Andrian, “è un mestiere molto particolare, in Italia non ci sono corsi per site manager e sarebbero necessari visti i tanti siti che abbiamo. Serve una strategia nazionale sull’Unesco che al momento non c’è, dobbiamo sviluppare una expertise tecnica altrimenti perdiamo credibilità. Invece di spendere per candidare di tutto e di più, dovremmo fare delle scelte strategiche”.

HERITAGE DRIVER PER SVILUPPO DEL PAESE

Il patrimonio culturale dovrebbe essere quindi un driver di sviluppo per il nostro paese, più di quanto lo sia adesso. “Quando si parla di heritage – spiega - tutti parlano di Italia: dovrebbe essere un driver per lo sviluppo del paese e dovremmo sfruttarlo di più. Sarebbe bello che il governo si muovesse non solo per gli applausi ma anche quando c’è da lavorare. Altri paesi come Germania, Francia o Cina investono molto, mettono dentro giovani e usano questa rete per quello che è e può dare. Noi dovremmo lavorarci, c’è molto da fare e bisogna farlo”.

UNESCO RIMANE UNA STRAORDINARIA AVVENTURA

L’Unesco rimane comunque una “straordinaria avventura della modernità, senza la quale molti di questi siti avrebbero avuto un destino peggiore, come nel caso di Betlemme che è stata tolta dalla lista dei siti in pericolo (grazie anche alla collaborazione internazionale e soprattutto dell’Italia)”. “E’ necessario però ricordare che la geopolitica dell’Unesco è cambiata, non è più Europa centrica, i paesi arabi e la Cina sono i player più importanti, e non fare i conti con loro – ovvero negoziare, studiare progetti insieme – non è più sostenibile”, conclude Andrian.

 

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